Gli Evangelisti dell’artista Carlo Rossi nella Basilica di San Petronio

Carlo Rossi e Anna Rita Delucca (Foto di Liana Mamulashvilli)

Nella suggestiva basilica bolognese si è potuta ammirare fino al 31 marzo 2026 l’esposizione del maestro pittore, intarsiatore e pirografista, Carlo Rossi, allestita presso la suggestiva Cappella di Santa Brigida.
A fungere da sfondo, lo scenario di pregevoli capolavori medievali come il polittico di Tommaso Garelli (1477) raffigurante la Madonna col Bambino e santi oltre le pareti affrescate con opere votive del XV secolo, tra cui quelle di Luca da Perugia, Michele di Matteo e una Santa Caterina d’Alessandria tardogotica attribuita a Bartolomeo Scanelli (Nota1).

Carlo Rossi circondato dalle storiche opere d’arte che ornano la Cappella di Santa Brigida

Il tutto per valorizzare le quattro opere del maestro leccese, maestosamente svettanti sui loro cavalletti e diretti sapientemente verso le pupille di qualunque visitatore desiderasse bearsi il più a lungo possibile, osservando la bellezza e la raffinatezza di quegli intarsi in legno, raffiguranti i volti di coloro che, in tempi assai lontani, vollero narrare la vita di Cristo nei propri Vangeli.

Il manifesto della mostra di C. Rossi e i dipinti di Guido Reni conservati a Greenville

Illustre ispiratore per la realizzazione dei quattro ritratti è nientemeno che il celeberrimo pittore barocco Guido Reni il quale, nel Seicento, rappresentò con i suoi sopraffini pennelli e colori a olio, i medesimi volti.
In realtà, Carlo Rossi ha riprodotto fedelmente gli evangelisti del Reni, i quali attualmente appartengono alla prestigiosa collezione americana del Bob Jones University Museum and Gallery, a Greenville, nel South Carolina, ma per farlo ha utilizzato una tecnica del tutto sui generis, la tarsìa, combinando piccoli frammenti sapientemente scelti tra varie tipologie e tonalità di legno per creare i ritratti dei quattro personaggi biblici sulla stessa falsariga dei dipinti che Guido Reni eseguì tra il 1620 ed 1621 (Nota 2).
Le opere che Carlo Rossi ha esposto in mostra, si ammirano proprio per particolari caratteristiche ch’esse evidenziano anche davanti alla vista dei meno esperti: tali prerogative consistono nell’eleganza con cui l’artista ha scelto e accuratamente posizionato i vari tipi di legno per realizzare l’intarsio: dal noce, per l’ombreggiatura più profonda, al mogano per i toni più caldi, fino all’acero per le nuances chiare e luminose e così via, a seconda delle sfumature che l’artista ha voluto infondere alle figure degli Evangelisti, per omaggiare nel modo più fedele possibile, le sopraffine opere del grande maestro del Seicento bolognese.

L’icona del San Matteo è stata realizzata per prima, come si può notare anche dalle tonalità più brune rispetto a quelle degli altri tre evangelisti che sono recentissime: essa, infatti, risale all’ anno 2014.
Il color bruno caldo dell’icona di Matteo, si addice particolarmente allo scenario d’insieme in cui l’Evangelista, ormai attardato nell’età, porta una barba folta: una profonda ruga attraversa la sua fronte mentre è intento a ricevere l’ispirazione angelica che lo istruisce nella scrittura del testo sacro.
Al contrario, composto da elementi lignei dai toni eburnei, si staglia il personaggio di San Giovanni, imberbe e dai lineamenti quasi femminei per sottolineare la giovanissima età, come vuole l’antica tradizione iconografica, fedelmente seguita anche da Guido Reni, come del resto dimostra persino il geniale Leonardo da Vinci nella sua celeberrima “Ultima Cena”.

A mediare tra i due opposti, ritroviamo le icone di San Marco e San Luca, elaborati sul modello del Reni e carichi, perciò, di tensione ispiratrice: il primo è intento nella scrittura, il secondo sta con lo sguardo rivolto a cielo, quasi a implorare insegnamenti e ciò non è casuale dal momento che, tra i quattro evangelisti, Luca è proprio colui che visse in un’epoca maggiormente distante rispetto ai fatti narrati dai testi sacri.
I Vangeli canonici (letteralmente, “Buona Notizia”) vennero composti attorno alla seconda parte del I secolo d.C.
Secondo la tradizione e gli studi finora tramandati, Giovanni e Matteo, in quanto apostoli, conobbero direttamente Gesù, mentre Marco (discepolo di Pietro) e Luca (medico, oltre che discepolo di Paolo) ricercarono e raccolsero molte testimonianze.
Nell’iconografia di Guido Reni, fedelmente ricostruita da Carlo Rossi nelle proprie icone, Matteo e Giovanni sono raffigurati con i loro simboli misterici derivati dalla visione di Ezechiele nell’Antico Testamento, oltre che nell’Apocalisse: l’angelo ispiratore e l’aquila, emblema del Verbo divino.
Marco e Luca, invece, non presentano i propri simboli: il Leone, in quanto forza della parola (Ezechiele profetizza la figura di Giovanni Battista come “la voce che grida nel deserto” preannunciando l’avvento del Messia), sta a rappresentare Marco; mentre per
simboleggiare Luca, la Bibbia si serve del Toro/Vitello, in quanto emblema del sacrificio.

Guido Reni, grazie alla sua posizione di primo pittore a Bologna, ebbe una notevole influenza sugli artisti a lui successivi, i quali si rifacevano soprattutto al suo stile più tardo. Egli rimase fedele alla prestigiosissima Accademia degli Incamminati carraccesca, in cui si era formato in età giovanile dopo l’apprendistato presso il fiammingo Calvaert; dunque il suo spirito di base fu sempre una continua ricerca della bellezza ideale, istillata in particolar modo da Raffaello.
L’artista Carlo Rossi nei suoi quattro Evangelisti rinverdisce tale ricerca di eleganza estetica, inoltre non è nuovo nella raffigurazione di soggetti sacri e da sempre opera non solo come pittore, intarsiatore ma anche con la pirografia (Nota 3), tecnica con la quale ha realizzato vari lavori a carattere religioso riproducendo opere di grandi maestri del passato.
Sin da giovanissimo si è dedicato all’arte nel suo territorio d’origine, la Puglia.
Nato a Novoli, nel territorio leccese, nei primi anni Settanta studiò ad Urbino presso la scuola d’arte incisoria di Walter Piacesi e subito dopo si trasferì a Bologna dove avviò un laboratorio di calcografia, sotto l’occhio esperto del maestro Cesare Pacitti. Qui ebbe modo di perfezionare tecniche litografiche, xilografiche (Nota 4) e di serigrafia.

Al centro: Carlo Rossi Figure orientali, Acrilico su multistrati, cm. 156×100.
A destra: l’artista con Giorgio Celli nel 1997

Conobbe, poi, Severo Pozzati (Sepo), noto pittore, scultore e cartellonista che insieme al fratello Mario e il nipote Concetto sono ancora oggi considerati tra i maggiori artisti del settore. Sepo, attivo anche in Francia, fu uno dei più importanti cartellonisti pubblicitari della prima metà del Novecento, poichè trasformò il manifesto da oggetto puramente decorativo (secondo il criterio di uno tra i più noti progenitori della cartellonistica, Leonetto Cappiello) in un vero e proprio strumento di comunicazione pubblicitaria.
Amore per la stampa artistica, dunque, ma pure passione per lo stile prorompente della Pop Art americana che in quegli anni imperversava.
Il suo interesse per la figura, in particolare quella umana, spesso inserita nella natura, attirava critici e studiosi del calibro di Giorgio Celli, il quale, più tardi scriverà di lui: “La prima cosa che si può pensare, quindi, di un pittore come il Rossi, è che la sua nicchia visiva sia una nicchia abitata da immagini reali, verosimili e riconoscibili, che dissimula pittoricamente per dotarle di artisticità…(Nota 5).
Tutto ciò avveniva in un clima prettamente astrattista, quando tale stile si era ormai imposto come l’indiscusso portavoce dei maggiori fenomeni sociali.
Ma spesso accade che una forma espressiva ne ispiri un’altra, in un continuo flusso di idee, colori e creazioni impossibili da ignorare: tale fu il caso di Carlo Rossi che proprio in quel periodo si mosse nel territorio bolognese, e non solo, con una serie di mostre dedicate alle sue opere pittoriche libere, dalle forme limpide, dai contorni definiti e i toni sgargianti ma sempre modulati nella misura dell’eleganza, pur contaminandosi di accenti Pop o di American Scene Painting.

Due dei cinque esemplari delle incisioni dedicate a Tiepolo e a Rembrandt

Nel 1976 realizzò anche una serie di incisioni in omaggio a Tiepolo e a Rembrandt (con i testi di Gualtiero De Santi) per le Edizioni Svolta, fondata nel 1964, dal noto critico d’arte e giornalista Enzo Rossi Roiss, nonché fratello dell’artista (Nota 6).
In seguito, però, interruppe per qualche anno l’attività espositiva (dalla fine degli anni Settanta, fino al 1983) per dedicarsi, più costantemente, alla sperimentazione creativa e ricercare nuovi stimoli pittorici.
Riprese, poi, ad esporre negli anni successivi e si recò anche in Francia mentre continuava a lavorare sia in ambito pittorico, soprattutto nella tecnica con colori acrilici e multistrati, ma pure nell’arte incisoria, pirografica e della tarsìa.

A sinistra:Carlo Rossi con Remo Brindisi nel 1991. A destra C. Rossi La ruota, Cm. 70×100 Acrilico su multistrati. L’opera fu esposta tra le altre nella sua mostra personale presso il museo Remo Brindisi a Lido di Spina (Ra) nel 1991

Sarà negli anni Novanta che l’artista incontrerà il pittore internazionale Remo Brindisi il quale si rivolgerà a lui per stampare alcune proprie incisioni e serigrafie.
Ammirato dalla sua verve artistica lo ospita nella propria Fondazione per una mostra personale di opere acriliche su multistrati, inoltre ne scriverà il testo di presentazione.

Attualmente, giunto ormai alla fase più matura della sua evoluzione artistica, Carlo Rossi privilegia tecniche raffinate e perfezionistiche come la pirografia e l’arte dell’intarsio: senza dubbio l’utilizzo di materiali ‘vivi’ come il legno -geniale invenzione della natura- permette all’artista pugliese di trasmettere al meglio il calore della sua terra d’origine, animata da un’anima mediterranea.
Dopo aver affrontato il lungo viaggio della vita, dopo aver raccolto un ricco bagaglio di conoscenze nei più disparati generi e stili artistici, nelle luci vibranti e nel fermento urbano del nord Italia, oggi l’artista finalmente approda ad una maturità più silente, aspirando all’essenzialità e ad una sorta di “misticismo materico” dove il legno diventa il supporto privilegiato per un dialogo sacro e ancestrale.

Carlo Rossi al lavoro nel suo studio (Foto di Liana Mamulashvilli)

Attraverso le venature e le imperfezioni di questo elemento naturale, egli ora trasforma la materia viva in un’iconografia che profuma di terra e di spirito.
Un ritorno alle origini che non è nostalgia, ma una solenne celebrazione della vita attraverso la purezza della natura, quella natura che, a suo tempo, il grande entomologo e studioso dell’arte, Giorgio Celli, aveva già profeticamente individuato nell’animo creativo di Carlo Rossi.

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Note
1) Alessandro Serrani (2022). Per la pittura tardogotica a Bologna: un affresco dimenticato nella basilica di San Petronio, L’Archiginnasio, CXV, 141.
2) Fonte: Evangelisti e simboli (Guido Reni), Chatopedia.org., L’ enciclopedia cattolica, in: https://it.cathopedia.org/wiki/Evangelisti_e_simboli_(Guido_Reni)
3) Pirografia: Tecnica di incisione che consiste nel disegnare con una punta metallica incandescente (piromatita), seguendo un tracciato eseguito o ricalcato in precedenza, su supporto tipo legno, cuoio e altro.
4) Xilografia: Tecnica di incisione su lastra di legno.
5) Tratto dal catalogo, Carlo Rossi, Ideologia dell’immagine, di Giorgio Celli, il Parametro editore,1997.
6) Enzo Rossi Roiss (Novoli, 1937-Bologna, 2023, giornalista, scrittore, fu Commissario della Lettonia debuttante alla XLVII Biennale di Venezia d’Arte Internazionale nel 1997. Esponente della corrente Patafisica, il suo saggio/romanzo Il delitto Murri è stato fonte per il film Fatti di gente perbene di Mauro Bolognini, nel 1974. Altri periodici fondati e diretti: Nucleo D (Milano 1972) divenuto poi Nucleo Arte (Bologna) in cui pubblica anche opere di Sepo, Merdre-Antologia del sapere patafisico (Bologna 1987) e Art ut Art (Bologna 1995).

Anna Rita Delucca 05/04/2026

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Anna Rita Delucca
Anna Rita Delucca
Curatrice mostre Storica dell’arte Scrittrice Articolista Promotrice arte. Nel 2012 ha fondato l’associazione arte e cultura La Corte di Felsina nella città di Bologna

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